AppId is over the quota
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Roma, 7 nov. (Labitalia) – Due comuni su tre sono a rischio idrogeologico. Frane, alluvioni, smottamenti sono un pericolo incombente, soprattutto nelle aree marginali di collina e di montagna. Poco si è fatto in questi anni per tutelare il territorio ed evitare l’abbandono da parte degli agricoltori, la cui opera di presidio e di manutenzione in certe zone è fondamentale. In poco di meno di dieci anni, proprio l’agricoltura ha perso una superficie di terra coltivabile di oltre 19 mila Kmq, pari a tutto il Veneto. E’ quanto sottolinea la Cia-Confederazione italiana agricoltori, fortemente preoccupata per le ultime vicende che hanno visto la morte di persone e interi territori franare.
Dal 1950 ad oggi, ricorda, si sono spesi più di 200 miliardi di euro per riparare i danni causati da calamità naturali: sarebbe bastato destinare il 20% di questa cifra a opere di manutenzione del territorio per limitare le disastrose conseguenze e soprattutto le perdite umane. Non solo. “Sono circa un milione -sottolinea la Cia- gli immobili abusivi, spesso costruiti non a norma e, quindi, a grave rischio in presenza di una calamità naturale. E quello che è avvenuto in questi giorni ripropone con forza le tematiche legate all’assetto idrogeologico e alla sicurezza delle persone e delle attività produttive”.
“E così i disastri si susseguono -avverte la Cia- con un crescendo pauroso. I danni, soprattutto in vite umane, diventano incalcolabili. Serve, quindi, una rinnovata attenzione. Occorre una politica con la quale puntare a una vera salvaguardia del territorio con risorse adeguate. Una politica che garantisca il presidio da parte dell’agricoltore, la cui attività è fondamentale in particolare nelle zone marginali. Bisogna varare interventi concreti per mettere in sicurezza interi paesi minacciati da frane e da smottamenti. Il problema della tutela del territorio non è certo marginale. E’ un problema di grande priorità. Senza misure efficaci frane e alluvioni sono sempre più a rischio”.
“D’altra parte, l’abbandono agricolo -ricorda la Cia- ha interessato soprattutto le aree marginali di collina e di montagna, quelle a più elevato rischio idrogeologico in Italia. Si è fatto poco o nulla per bloccare questa ‘emorragia’ e oggi i guasti di questo disinteresse si evidenziano in maniera drammatica”. La Cia è, dunque, mobilitata affinché si avvii finalmente un’azione per la salvaguardia e la valorizzazione del territorio e dell’ambiente, con specifico riferimento alle aree rurali e di quelle interne e svantaggiate: “Servono investimenti mirati che permettano alle aziende agricole di continuare a operare e a svolgere la loro attività multifunzionale, attraverso la quale si fa un’autentica opera di presidio e di manutenzione.
“Ecco perché, accanto agli interventi legati all’emergenza necessaria e urgente, appare sempre più indispensabile -rileva la Cia- un’azione coordinata e programmata del governo e delle Regioni volta all’attività di prevenzione dei disastri naturali. Il ripetersi ciclico degli eventi calamitosi non può portare alla rassegnazione perché essi sono incontrollabili e ineluttabili. Al contrario, è necessario superare atteggiamenti passivi o superficiali, adottando strategie dinamiche di progetto e di iniziativa, attraverso gli strumenti ordinari della programmazione: progettare in sicurezza per assicurare un territorio tutelato e al tempo stesso produttivo”.
Insomma, serve “un’azione globale e condivisa per l’uso corretto del suolo e delle acque e proprio l’agricoltura italiana -conclude la Cia- si pone quale soggetto protagonista per la tutela del territorio, la creazione (o ricostruzione) di paesaggi di qualità, in modo da garantire un corretto equilibrio ecologico e un controllo dei fenomeni naturali”.
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