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AMBIENTE: COGLIATI DEZZA, PARMA FUORI DA CLASSIFICA ‘ECOSISTEMA URBANO’

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(ASCA) – Roma, 17 ott – ”Visto che questo rapporto e’ un

termometro della qualita’ delle nostre citta’ non possiamo

rimanere in silenzio davanti al degrado di quanto successo

nel Comune di Parma. La tempesta giudiziaria che ha investito

la Giunta comunale ci obbliga e collocare Parma fuori

classifica e anche se i dati ambientali continuano a rimanere

buoni rispetto al resto d’Italia, pensiamo che l’etica

pubblica sia un valore sovraordinato a cui non possiamo

rinunciare”. Lo afferma il presidente di Legambiente,

Vittorio Cogliati Dezza, in occasione della presentazione di

”Ecosistema urbano”, l’annuale ricerca di Legambiente e

Ambiente Italia sullo stato di salute ambientale dei comuni

capoluogo italiani presentata oggi a Genova.

”Al di la’ della posizione in classifica – spiega

Cogliati Dezza – se si va a guardare il punteggio di ogni

citta’, salta agli occhi che non ci sono sostanziali

variazioni rispetto al 2009, e se ci sono, nella maggioranza

dei casi, sono in negativo. E questo vale per Varese come per

Reggio Calabria. Le citta’ sono praticamente ferme e questo

perche’ le ammini-strazioni locali hanno paura di cambiare

passo e di imboccare con determinazione la stra-da del

cambiamento ma soprattutto perche’ manca la politica, a

livello nazionale”.

La crisi italiana vista da fuori

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La scorsa settimana il governo italiano ha annunciato, sotto la spinta delle istituzioni economiche europee, una nuova manovra economica per affrontare la crisi e ridurre il forte indebitamento dell’Italia, che rischia di portare lo Stato al fallimento. Nonostante gli annunci, i piani del ministro dell’Economia Giulio Tremonti e della maggioranza non sono ancora del tutto chiari, la manovra sar?discussa dal Parlamento e numerosi analisti hanno mostrato forte scetticismo nei confronti della nostra capacit?di tirarci da soli fuori dai guai. Per non parlare dei mercati, che per il momento non sembrano affatto rassicurati dalle iniziative del governo. Le analisi formulate all’estero non sono affatto clementi e i pi?pessimisti temono che sia troppo tardi per intervenire, come spiega l’economista Uri Dadush su Foreign Policy.

Il problema ?che l’Italia potrebbe essere troppo grande per essere salvata. Il paese ha dovuto affrontare tassi di interesse superiori al 6 per cento fino a quando la Banca Centrale Europea (BCE) ?intervenuta: se la Grecia e l’Irlanda ci insegnano qualcosa, l’Italia potrebbe ritrovarsi con prezzi troppo alti sui mercati internazionali del debito nel giro di pochi mesi. Se l’Italia dovesse soccombere, la Spagna quasi sicuramente farebbe la stessa fine. La Francia, il cui spread nei confronti della Germania ?aumentato notevolmente nell’ultimo mese – potrebbe seguire la medesima sorte.

Dadush stima che l’European Financial Stability Facility (EFSF), il fondo creato dai paesi che fanno parte dell’eurozona per affrontare la crisi, non avrebbe risorse a sufficienza per salvare l’Italia. Per usare formule diventate familiari negli ultimi tre anni, l’Italia non sarebbe too big to fail ma sarebbe too big to bail. Per finanziare il nostro paese nei prossimi tre anni, alle condizioni attuali occorrerebbero almeno il doppio dei fondi fino a ora messi a disposizione. Per un salvataggio dell’Italia servirebbero almeno 974 miliardi di euro e circa la met?per quello della Spagna. Le due cifre combinate sono pari a un quarto del prodotto interno lordo dei principali paesi facenti parti dell’eurozona. Oltre a essere una spesa enorme, ridurrebbe sensibilmente la capacit?dei paesi che adottano l’euro di gestire il loro debito. L’esperienza con la Grecia, su scala minore, ha gi?dato avvisaglie di questo genere e gli Stati europei con le economie pi?solide non vogliono rischiare.

Nello scenario migliore, l’Italia potrebbe farcela adottando le riforme di cui la classe politica e dirigente parla da anni senza averle mai realizzate. L’impegno dovrebbe essere orientato principalmente a contenere il debito e a mantenere il pareggio di bilancio. Con le giuste riforme, potremmo raggiungere un rapporto tra debito e Prodotto interno lordo (PIL) pari all’85 per cento in un decennio, un passo avanti importante considerato che nel 2010 era al 119 per cento.燤ercati e analisti sono per?scettici sulla possibilit?di riuscire a compiere passi avanti cos?importanti in pochi anni. Secondo Dadush il nostro paese dovr?fare i conti con tre possibili rimedi per superare la crisi, dolorosi e con diverse controindicazioni.

1. Monetizzare il debito

La BCE dovrebbe farsi carico dell’acquisto del debito italiano in quantit?indefinita, trovando le risorse per farlo con l’emissione di nuova moneta. L’impegno dell’istituzione europea e il successo delle riforme in Italia potrebbero tranquillizzare in fretta i mercati, rendendo la spesa per la BCE molto pi?bassa. Se per?le cose andassero storte, la BCE si ritroverebbe ad acquistare titoli di Stato italiani dal valore molto dubbio per diversi miliardi di euro. Sarebbe una scommessa enorme, che avrebbe ripercussioni in tutta l’area della moneta unica con un cospicuo aumento dell’inflazione, che colpirebbe tutti gli europei per mettere in salvo l’Italia. Inoltre, ben coperti dalla BCE, quelli che ci governano potrebbero essere meno incentivati a fare riforme strutturali.

2. Obbligazioni europee

L’istituzione di una unione fiscale vera e propria in Europa consentirebbe ai governi di finanziarsi anche con strumenti come le obbligazioni europee. I governi potrebbero mettersi d’accordo per ottenere met?dei loro nuovi fondi dalle obbligazioni. Se cos?l’Italia non fosse in grado di ripagare parte del proprio debito, altri paesi potrebbero provvedere, avendo voce in capitolo nella politica fiscale del nostro paese e viceversa. Il sistema ha il merito di essere trasparente e non farebbe decadere l’incentivo ad approvare nuove riforme. Potrebbe essere la soluzione migliore, ma i paesi con economie solide non lo vedono di buon occhio perch?comporterebbe tassi di interesse pi?alti. La Germania ha fatto capire pi?volte di non essere d’accordo con questo sistema se non nel lungo periodo e dopo la nascita di una Unione politica vera e propria.

3. Aiuti internazionali

Il Fondo Monetario Internazionale e i membri del G20 potrebbero accollarsi il costo del salvataggio dell’Italia e avrebbero, del resto, molti interessi per farlo – a partire dalla necessit?di scongiurare un effetto a catena e un peggioramento della crisi a livello globale. Una simile opzione sarebbe pi?politica che economica e avrebbe un costo significativo per l’Europa in termini di controllo delle proprie politiche all’interno dell’Unione. Il G20 potrebbe imporre regole chiare e da seguire con impegno da parte dell’Italia per ottenere gli aiuti, ma una simile opzione sottrarrebbe controllo agli altri Stati dell’Unione. A partire dai pi?forti economicamente, come Francia e Germania.

In realt? conclude Foreign Policy, se i problemi dell’Italia dovessero ancora peggiorare sarebbe necessario un mix di tutte e tre le opzioni per superare la crisi e scongiurare il fallimento. Molte delle misure fino a ora adottate rispecchiano del resto le tre soluzioni, cosa che suggerisce come la terapia per curare il nostro paese sia stata sostanzialmente gi?avviata.

Questa terapia combinata ?stata gi?messa in campo a un livello molto pi?grande di quanto molti osservatori abbiano notato: attraverso i sistemi di emergenza della BCE a sostegno delle banche e per l’acquisto dei titoli di Stato, tramite l’emissione di bond garantiti da parte dell’EFSF e il ricorso al Fondo Monetario Internazionale in soccorso della Grecia, dell’Irlanda e del Portogallo. Ma man mano che la crisi si espande verso altre grandi economie dell’Europa, potrebbe essere necessario aumentare il dosaggio.

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