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Berlusconi si dimette, e dopo cosa succede?

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La nota del Quirinale diffusa dopo l’incontro di Silvio Berlusconi innesca il meccanismo che porterà alle dimissioni del Capo del Governo. Ma esattamente cosa succederà (a parte clamorosi colpi di scena)? Berlusconi ha preso l’impegno formale di dimettersi dopo aver varato il maxiemendamento anti-crisi (la data esatta non si conosce, questo voto non è ancora stato messo in calendario, ma i tempi dovrebbero essere rapidi; si è già fatta la possibile data del 29 gennaio). Su questo non ci sono dubbi o comunque – come ha detto Enrico Letta (Pd) a Ballarò – è chiaro che “di Napolitano ci si possa fidare”. Ancora pochi giorni quindi e Berlusconi si dimetterà. E poi?

BERLUSCONISMO/ La fine di un “sogno” nato nel ’68
Napolitano si riserva il diritto di procedere “alle consultazioni di rito dando la massima attenzione alle posizioni e proposte di ogni forza politica, di quelle della maggioranza risultata dalle elezioni del 2008 come di quelle di opposizione“. Il che significa che cercherà di capire a chi dare mandato per formare un nuovo Governo, e in questo passaggio si capirà se il Capo dello Stato punterà sul tentativo di formare un Governo tecnico, o politico. I dubbi infatti riguardano entrambi gli schieramenti: per l’attuale maggioranza, un nuovo premier che non sia Berlusconi, basterà a far tornare indietro i cosiddetti “traditori” e soprattutto gli uomini di Fini per dar vita a un nuovo governo di centro destra? I dubbi sono molti, soprattutto per quanto riguarda gli esponenti di Fli. Ma anche nell’opposizione non è assolutamente chiaro che tipo di coalizione si intenda mettere in piedi, memori poi dei dissidi che hanno sempre lacerato i raggruppamenti del centro sinistra.
DIMISSIONI BERLUSCONI/ Sansonetti: il governo tecnico è illegittimo
Il premier designato comunque proverebbe a mettere in piedi una forza di Governo. Se nessuno fosse in grado di riuscirci (gran parte del Pdl è contrario a un governo tecnico, Lega e Udc pongono veto vicendevole per un governo di coalizione nazionale, Pd e Udc per governare avrebbero bisogno del Pdl, che non ci sta) l’ipotesi numericamente più probabile potrebbe essere quella di un governo Alfano, se saprà attrarre un maggior numero di new entry rispetto ai “traditori” e/o farne ravvedere alcuni. Altrimenti, elezioni anticipate. C’è naturalmente l’ipotesi del Governo tecnico, che nelle ultime ore sembra prendere sempre più consistenza. Si è già fatto il nome di Mario Monti come possibile guida, e alla Lega non dispiacerebbe. Un esecutivo della durata di un anno, fino alla data delle elezioni del? 2013, con il compito di sbrigare quanto richiesto dall’Unione europea. Berlusconi però si è sempre dichiarato contrario a questa ipotesi.

OTTO TRADITORI/ Fotogallery: il bigliettino scritto a mano da Berlusconi oggi alla Camera

?Anche l’ipotesi che Berlusconi sia nominato Ministro di un governo con un altro premier è altamente improbabile, per non dire fantapolitica. Difficile pensare di poter creare consenso attorno a un esecutivo che veda Berlusconi Ministro degli Esteri, dell’Economia o magari alla Giustizia. E dopo il maxi-emendamento l’attività politica potrebbe permettersi il lusso di una campagna elettorale lampo che porti a elezioni a marzo. Ma il Pd è contrario e molti Pidiellini rimasti “orfani” devono cercare di riposizionarsi prima di affrontare la “mannaia” elettorale…

DIMISSIONI BERLUSCONI/ 2. Se Silvio ha ancora qualche freccia da scoccare

Crisi: Napolitano, impegni si traducano presto in condivisa azione governo

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Roma, 11 nov. (Adnkronos) – “Gli impegni assunti dall’Italia” per affrontare e superare la crisi “e ogni ulteriore necessaria decisione, si traducano presto in una efficace e condivisa azione di governo”. E’ questo l’auspicio che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha espresso in un colloquio telefonico con il Presidente della Repubblica Federale tedesca Christian Wulff, nel quale “sono stati considerati gli sviluppi della situazione politica in Italia e della crisi finanziaria in Italia e in Europa”. La concretizzazione rapida degli impegni assunti dal nostro Paese in sede europea per superare la crisi saranno “di grande aiuto per il rilancio dell’unita’ e dell’integrazione europea”.

CRISI: FASSINA, DRAMMATICI DATI BANKITALIA EFFETTO CARENZA DOMANDA

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(ASCA) – Roma, 7 nov – ”I dati di Bankitalia sui neet

descrivono con drammatica efficacia cosa vogliono dire la

recessione e gli errori di politica in Italia e nell’area

Euro”. Lo afferma Stefano Fassina, responsabile Pd Economia

e Lavoro.

”Per combattere tale piaga umana e sociale, oltre che

l’economia, va cambiata la politica economica nell’area Euro

- aggiunge -. Scorciatoie per un’ulteriore precarizzazione

del mercato del lavoro sono illusorie e dannose. Il

risanamento va coniugato con la crescita. L’Ue e l’area Euro

sono avvitati in una spirale deflattiva dovuta essenzialmente

alla carenza di domanda aggregata, aggravata da cieche

politiche di austerita’ imposte da governi conservatori.

Bisogna affrontare senz’altro i problemi della finanza

pubblica ma se non si pone attenzione all’economia reale non

arriva al risanamento ma alla recessione, a crescenti

difficolta’ delle banche, all’aumento del debito pubblico”.

”E’ urgente nell’area Euro una risposta politica e di

politica economica alternativa per salvare la moneta unica,

promuovere il lavoro ed evitare la perdita di fiducia nel

futuro, nella politica e nella democrazia da parte dei

giovani” conclude.

FS: UGL, SERVE CAMBIO ROTTA IMMEDIATO

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(ASCA) – Roma, 20 ott – ”Serve un cambio di rotta immediato:

senza certezze e risposte serie per le lavoratrici e i

lavoratori di Ferrovie dello Stato Italiane, si mettono a

rischio non solo centinaia di posti di lavoro, ma la

capacita’ stessa del nostro Paese di continuare a fornire un

servizio essenziale”. Lo dichiara il segretario nazionale

dell’Ugl Trasporti, Fabio Milloch, in vista dello sciopero e

della manifestazione di domani davanti al ministero delle

Infrastrutture e dei Trasporti, chiedendo che

”l’amministratore delegato di FS, Mauro Moretti, ponga fine

ad un atteggiamento irresponsabile che sta irrimediabilmente

compromettendo il destino delle lavoratrici e dei lavoratori

del Gruppo, ripristinando corrette relazioni sindacali e

tornando a concertare una seria politica industriale”.

”Allo stesso tempo – aggiunge il sindacalista – chiediamo

al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero

Matteoli, di chiarire la propria posizione, intervenendo con

decisione per favorire una soluzione positiva della vertenza,

perche’ restare in silenzio non aiuta ne’ i lavoratori ne’ le

migliaia di utenti che, da stasera, saranno costretti a

sopportare disagi a causa delle legittime proteste”.

INDIGNATI: SACCONI, BANCHIERI CHE GIUSTIFICANO SCARICANO RESPONSABILITA’

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(ASCA) – Milano, 17 ott – ”L’atteggiamento di certi

banchieri e di certi finanziari che sono cosi’ disponibili a

giustificare e’ un modo per scaricare le proprie

responsabilita”’. Cosi’ il ministro del lavoro Maurizio

Sacconi, alza il tiro della polemica lanciata nei cofronti di

quanti come il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, si

sono detti disponibili a capire le ragioni delle decine di

migliaia di giovani che sabato scorso sono scesi in piazza a

Roma dicendosi indignati per le scelte di politica economica

che i grandi della Terra stanno adottando a livello globale.

Per Sacconi, che oggi partecipa a Milano a un convegno

dedicato a giovani e lavoro, ”tutto si spiega ma non tutto

si giustifica”. Percio’, ha sottolineato, ”non giustifico

nessuna rabbia della piazza. E’ stato colpevole giustificare

il radicalismo”.

Sacconi non ha mancato di sottolineare che di fronte alle

istanze del mondo giovanile la politica deve mettere in campo

risposte precise: ”Credo che la risposta debba essere fatta

di opportunita’ che noi dobbiamo garantire e giovani e

famiglie, e credo che a questa opportunita’ debbano poi

corrispondere responsabilita’. C’e’ una grande maggioranza di

giovani che non chiede la rottura dell’interno sistema

economico istituzionale, che non scende in piazza a spaccare

e che umilmente cerca ogni giorno di costruire il proprio

futuro”.

Abruzzo: 47 mln euro per abbattere costo denaro per investimenti produttivi

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L’Aquila, 26 ott. (Labitalia) – Sono 47 i milioni di euro che saranno spendibili dalla prossima primavera per calmierare i tassi di interesse relativi agli investimenti in ricerca e innovazione proposti da imprese abruzzesi. E’ il meccanismo del Fondo rotativo destinato all’Abruzzo dal riparto nazionale, dopo la stipula di un protocollo d’intesa con la Cassa depositi e prestiti. La nuova iniziativa in favore del sistema produttivo regionale è stata illustrata questa mattina, nel corso di una conferenza stampa, dall’assessore allo Sviluppo economico, Alfredo Castiglione, e dal presidente della giunta regionale, Gianni Chiodi.

I 47 milioni di euro serviranno a fornire una provvista a costo calmierato al sistema bancario convenzionato, per l’erogazione di finanziamenti a medio e lungo termine, con rimborso fino a 15 anni, per investimenti produttivi e progetti di ricerca e innovazione. La quota massima di cofinanziamento del Fondo rotativo sara’ pari al 50 per cento, elevabile fino all’80.

“La Regione – ha spiegato il vicepresidente Castiglione – potrà intervenire ulteriormente in favore delle imprese abruzzesi, coprendo il differenziale di tasso tra il costo delle provviste e il tasso di interesse finale, fino a un tasso minimo dello 0,50%, attivando le linee di credito a valere sui fondi Fas. Inoltre, a seconda, delle opzioni che ci sono fornite dal meccanismo della legge, attraverso i rapporti convenzionali con il sistema bancario potremo ottenere il raddoppio dello staziamento dei 47 milioni di euro”.

L’Abruzzo è la quarta regione ad attivare il Fondo rotativo che, a livello nazionale, ammonta a 1,75 miliardi di euro: “Ci candidiamo a rientrare, come regione virtuosa – ha aggiunto Castiglione – all’ulteriore riparto di quella somma che non dovesse essere spesa dalle altre regioni”.

Per il presidente della giunta regionale, con questa misura, che si aggiunge alle altre già illustrate su altri canali di finanziamento nazionale e comunitari, per il sistema delle imprese abruzzese “si sfiorano i cento miliardi di euro, senza contare i fondi per la ricostruzione dell’Aquila; quando sarà stilata una classifica nazionale si vedrà che nessuna regione potrà minimamente vantare un tasso di investimento pro capite elevato come quello che si sarà registrato in Abruzzo in questo momento”.

Il presidente ha ribadito i primati ottenuti dalla strategia politica regionale “particolarmente attenzionata dal governo nazionale: siamo stata l’unica regione, insieme al Molise, a verdersi finanziati i Fas, unica tra le regioni canaglia ad aver raggiunto l’equilibrio di bilancio, l’unica ad aver abbattuto del 14% il debito pubblico”. Chiodi ha anche sottolineato qualche criticità: la ridotta patrimonializzazione delle imprese che “rende il nostro sistema particolarmente fragile anche di fronte al sistena bancario”. “In questo senso – ha concluso – tutto il nostro sforzo è coerentemente rivolto a sostenere il piccolo ma quando il piccolo vuole crescere ecco perché noi mettiano i fondi ma gli imprenditori devono mettere le loro migliori idee”.

Hillary Clinton: Dopo primo mandato di Obama abbandonerò la politica

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Washington (Usa), 17 ott. (LaPresse/AP) – Il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha annunciato che dopo il primo mandato del presidente Barack Obama si ritirerà dalla politica “perché è arrivato il momento per altri di farsi avanti”. La Clinton aveva già annunciato in passato di non voler proseguire la carriera politica dopo le elezioni dell’anno prossimo, e in un’intervista al programma ‘Today’ dell’Nbc ha sottolineato ancora una volta di non volersi ricandidare. Per scoprire cosa farà poi bisognerà “guardare e aspettare”, ha aggiunto, anticipando però che potrebbe dedicarsi alla scrittura o all’insegnamento, le sue due priorità.

(AGI) UCRAINA: DA FRANCIA APPELLO PER LIBERAZIONE TYMOSHENKO

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(AGI) Mosca – L’intellighenzia francese si mobilita per la

liberazione della ex pasionaria di Kiev, Yulia Tymoshenko,

condannata a sette anni di detenzione in un processo da molti

ritenuto politico. Lo storico settimanale francese Le Nouvel

Observateur ha lanciato un appello “ai democratici di tutti i

paesi” per firmare una petizione da inviare al presidente

ucraino Viktor Yanukovich, ritenuto il vero mandante della

sentenza contro la rivale politica.

Promossa dal filosofo francese Daniel Salvatore Schiffer

(ideatore anche di campagne per salvare l’iraniana Sakineh),

l’iniziativa ha gia’ visto l’adesione di artisti,

intellettuali, deputati e sociologi.

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Le presidenziali in Argentina

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Domenica 23 ottobre in Argentina si vota per le elezioni presidenziali. L’attuale presidente Cristina Fernandez è in testa a tutti i sondaggi con oltre il cinquanta percento dei voti e la sua vittoria è data per scontata. Un anno fa, quando suo marito Nestor Kirchner morì all’improvviso per un infarto, molti dicevano che non sarebbe più riuscita a governare. Era lui il vero presidente, diceva l’opposizione. Era lui che gestiva le alleanze che reggevano il governo. Era lui la mente del nuovo peronismo al potere. A un anno da quel giorno, invece, Cristina Fernandez de Kirchner sembra non essere mai stata così forte.

Cristina Fernandez fu eletta nell’ottobre del 2007, al termine del primo mandato del marito Nestor Kirchner. Prima donna a diventare presidente dell’Argentina, sembrava destinata a guidare il paese solo per il periodo necessario a far tornare Nestor Kirchner al potere. Ma la morte improvvisa dell’ex presidente cambiò improvvisamente le cose. Il kirchnerismo si era affermato proponendo sempre due presidenti al prezzo di uno – Los Kirchner, li chiamava spesso la stampa sudamericana – e ora Cristina Fernandez doveva trovare un nuovo capitale su cui puntare.

Chi la critica oggi dice che il capitale che ha scelto è stato paradossalmente ancora una volta il marito. Il dolore della sua vedovanza – Cristina Fernandez compare tuttora vestita sempre di nero in pubblico – le ha notevolmente allargato la simpatia della popolazione. La coerenza con la linea politica di Nestor Kirchner le ha assicurato la fiducia del Parito Justicialista. ?Ho sempre saputo quello che dovevo fare?, ha detto annunciando la sua intenzione di ricandidarsi lo scorso giugno. ?L’ho saputo da quando l’anno scorso migliaia di persone accorse per salutare un’ultima volta Nestor Kirchner mi hanno gridato: “Forza Cristina”?. Lo slogan della sua campagna elettorale è “La Fuerza de Cristina”.

Ma quello che più di ogni altra cosa ha spianato la strada a Cristina Fernandez è la quasi totale mancanza di un’opposizione capace di esprimere una vera alternativa politica. I suoi sfidanti principali sono l’ex presidente Eduardo Duhalde, 70 anni, e il leader del Partito Radicale Ricardo Alfonsin, 60 anni, figlio di un altro ex presidente argentino. A cui si aggiungono altri tre candidati minori: Alberto Rodriguez Saa, Elisa Carrio e Jorge Altamira. Nessuno di questi dovrebbe essere in grado di prendere oltre il 12 percento dei voti.?Secondo quanto previsto dal sistema elettorale argentino, a Cristina Kirchner basterà ottenere il 45 percento dei voti per vincere. Oppure il 40 percento con un margine di almeno il 10 percento sul candidato arrivato secondo. I sondaggi la danno intorno al 53 percento.

Cristina Fernandez nacque il il 19 febbraio 1953 alla Plata, capitale della provincia di Buenos Aires. Conobbe Nestor Kirchner all’università nel 1974 e lo sposò un anno dopo. Quando i militari presero il potere nel 1976, si trasferirono a Rio Gallego, nella provincia meridionale di Santa Cruz, dove Nestor Kirchner era nato. E mentre l’Argentina entrava in uno dei periodi più violenti della sua storia, i Kirchner iniziarono ad arricchirsi. Una società finanziaria aveva assunto Nestor per riscuotere i crediti non pagati. Nello stesso tempo la Banca centrale aveva deciso di legare le rate dei mutui all’inflazione, che alcuni mesi dopo raggiunse il cento per cento, impedendo a molti risparmiatori di pagare i loro debiti. Kirchner, responsabile della riscossione di quei debiti, si offriva di comprare le proprietà a prezzi stracciati prima che le banche le sequestrassero. Fu in questo modo che costruì il suo impero economico. Poco dopo arrivò la politica.

Nestor Kirchner fu governatore della provincia di Santa Cruz per tre mandati consecutivi. Quando nel 2003 divenne presidente dell’Argentina assunse il governo di un paese dove il 54 percento delle persone era povero e il 24 percento non aveva un lavoro. ?La richiesta di rinnovamento politico si sposava perfettamente con il fatto che Kirchner era il governatore sconosciuto di una provincia lontana?, ha scritto Juan Morris su Gatopardo. ?E lo smantellamento dello stato e il bisogno di consolidare l’autorità presidenziale si adattavano al suo distacco dalle istituzioni e al suo personalismo. Kirchner somigliava all’Argentina?. Su queste premesse avviò un progetto di riforma istituzionale che portò in poco tempo a risultati insperati: ridusse del 75 percento gli interessi sul debito estero, ristabilì i contratti collettivi di lavoro, rinnovò la corte dei giudici e sfruttò gli alti prezzi della soia per rimpinguare le casse dello stato. Nel 2007, alla fine del suo mandato, Kirchner lasciò un paese con il 20 percento di poveri e il 7 percento di disoccupati.

La sua influenza sulla politica argentina continuò con l’elezione alla presidenza della moglie Cristina Fernandez. Fece approvare la legge sul matrimonio gay, stanziò un bonus universale per i figli, fece approvare una legge per eliminare i monopoli dei mezzi d’informazione e statalizzò i fondi pensionistici. All’inizio i media parlavano di una doppia presidenza, ma poi tutti iniziarono a sostenere che il vero presidente fosse Nestor. ?Aveva una leadership radiale?, ha detto di lui l’ex capo del suo staff Alberto Fernandez. ?Era al centro: tutti gli riferivano le informazioni e lui assegnava i compiti?. Il 27 ottobre 2010, il giorno della sua morte, migliaia di persone confluirono spontaneamente davanti alla Casa Rosada per commemorarlo.

?Il mondo è in un momento molto difficile?, ha detto Cristina Fernandez nel suo ultimo discorso pubblico di mercoledì sera. ?Le icone che hanno cercato di convincerci che stavamo sbagliando, che dovevamo cambiare, stanno cadendo. Grazie a Dio non abbiamo cambiato?. La?sua nuova presidenza dovrà dimostrare che ha ragione, e per farlo dovrà soprattuto rilanciare l’economia del paese.?Finora è stata aiutata dall’aumento del prezzo della soia, il principale prodotto esportato dall’Argentina, e dalla crescita economica del Brasile, il suo partner commerciale più importante. Ma d’ora in poi dovrà dimostrare di sapere costruire un’alternativa economica a quella dell’esportazione dei prodotti agricoli, e rilanciare le ambizioni industriali dell’Argentina. Altrimenti, come ha scritto di recente il giornalista Martin Caparros, il kirchnerismo rischierà di avere governato per dieci anni ma di avere lasciato un paese ancora più povero di quello dei tempi di Menem.

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Previdenza: che succede se vengono abolite pensioni anzianità

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Il dibattito sulla riforma delle pensioni non è mai stato acceso come in questi giorni, che vedono il Governo profondamente diviso: da un lato l’ipotesi, ventilata da Berlusconi, di alzare l’età pensionabile per le pensioni d’anzianità, dall’altro la difesa ad oltranza di Bossi, che è ben consapevole del fatto che la maggior parte (due terzi) delle pensioni d’anzianità viene erogata al Nord, con la Lombardia che, da sola, ne riceve quasi un milione.

Vediamo cosa significa cambiare le pensioni di anzianità. A differenza di quelle di vecchiaia, per le quali si acquisisce il diritto solo in base all’età anagrafica, le pensioni di anzianità si ottengono con una combinazione di anzianità contributiva ed età anagrafica. Con 40 anni di contributi versati, si va in pensione in ogni caso. Per chi ha cominciato a lavorare da giovane, questo significa andare presto in pensione. Ad esempio, una donna che ha cominciato a lavorare a 18 anni, andrà comunque in pensione a 58. L’Inps dovrà pagarle la pensione mediamente per circa 26 anni, considerate le attuali aspettative di vita. Il problema è proprio l’allungamento della vita media, che, combinato con la scarsa natalità, rende il sistema pensionistico sempre più difficile da sostenere.

A parte la politica, che si muove su una prospettiva temporale molto breve e interessi circoscritti,?le posizioni in campo sono molto divaricate.

Il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, ha detto che le pensioni d’anzianità ci sono solo in Italia, auspicando un allineamento di “quello che è un paese sano e un sistema pensioni sano al resto d’Europa”. Il Sole-24 Ore, quotidiano di Confindustria, in un articolo di Davide Colombo, ipotizza un eventuale scenario di fine delle pensioni di anzianità, reso più appetibile da correzioni compensative tipo azzerare il limite di tre anni che è oggi necessario per la totalizzazione dei contributi previdenziali, oppure valorizzare tutti i periodi contributivi che possono essere calcolati tramite una ricongiunzione non onerosa. Ma i Sindacati la pensano diversamente. Raffaele Bonanni ha detto che “la Cisl è decisamente contraria a interventi sulle pensioni e chiede che prima il governo metta in campo la patrimoniale, incida sui costi della politica e venda il patrimonio pubblico”. Susanna Camusso parla invece di “accanimento nei confronti delle lavoratrici e del Mezzogiorno assolutamente insopportabile”.